RICORDANDO MASSI

giugno , 2017

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RICORDANDO MASSI

giugno , 2017

RICORDANDO MASSI, IL VOLTO MALEDETTO DELLA SUBCULTURA BOLOGNESE

Il 25 maggio era un giovedì e io il giovedì a Bologna lo passo sempre a Xm, perché tutti i giovedì ci sono le bancarelle dei contadini e il vino buono a prezzi popolari. Sul vino buono ci sarebbe poi da discutere, e infatti ogni giovedì nel cortile si discute su quanto possa il Lambrusco considerarsi effettivamente un vino buono; ogni giovedì io sostengo che no, non lo è, e come me molti altri nostalgici dei vini buoni delle rispettive regioni, eppure ogni giovedì ci ritroviamo lì a bere Lambrusco.

Quel giovedì arrivai a Xm prima del solito, o forse allo stesso orario di sempre, ma stavolta ancora c’era il sole. Nulla di diverso, ma oltre alle bancarelle dei contadini e il vino buono a prezzi popolari, ci fu una lettura di poesie. Abbandonai il vino buono nel cortile, e con lui i discorsi intorno al Lambrusco, e andai a sentire la lettura. È in quell’occasione che ho conosciuto Massimiliano Chiamenti.

Non di persona, purtroppo, solo le parole che ne sono rimaste. Ma non è poco.

Massimiliano era Massi per gli amici e a Bologna lo conoscevano tutti, nonostante non fosse originario di qui; ma si sa che a Bologna non bisogna necessariamente esserci nati per conoscere tutti. Originario di Firenze, a trent’anni si trasferì nel capoluogo emiliano per insegnare letteratura nei licei e nelle scuole private. Era un dantista, Massi, ma a vederlo chi avrebbe mai potuto dirlo? Seriamente, faccio una gran fatica a immaginarmelo con la ventiquattrore la mattina presto sul pullman, tutto pulito e sistemato. Sono bastate un paio di poesie per darmi un quadro di chi era Massimiliano Chiamenti: un artista maledetto, più che un pettinato professore di liceo, uno da bassissimo girone dell’Inferno. Le aveva tutte, Massi: era gay, era punk, era un tossico, andava ai rave. Un personaggino a modo. A Bologna lo conoscevano tutti, e tutti lo chiamavano Massi, e Massi era Massi solo per gli amici.

Il 3 settembre 2011 Massi si è tolto la vita. Non è riuscito a superare l’agosto bolognese, fatto di caldo soffocante e solitudine. Si ficcò un coltello nella pancia, e un modo diverso per uccidersi non credo che avrebbe potuto trovarlo: plateale e sincero, come solo lui poteva essere.

A Xm convivono le anime più diverse, questo sempre, non solo il giovedì a bere Lambrusco nel cortile. Ma quel giovedì in particolare, in saletta ad ascoltare le poesie di Massi c’era la fauna bolognese più variegata che io avessi mai visto: gente di ogni età, punk, metallari, fricchettoni, uomini, donne e queer, fumatori e non, rasta e non, sobri e sbronzi, vestiti coloratissimi e tutti neri, borchie appuntite e morbidi anelli in metallo dorato. Intravidi persino Lodo, il cantante de “Lo Stato sociale”, e io lui a Xm non ce l’avevo mai visto, nemmeno il giovedì che ci sono le bancarelle dei contadini e il vino buono a prezzi popolari, e va detto che è uno dei pochi a cui il Lambrusco potrebbe piacere sul serio.

Tra poesie e strimpellate di chitarra, si susseguono anche le testimonianze di chi Massi lo ha conosciuto davvero. Modi ha raccontato di quando lo incontrava in Stalingrado dopo aver fatto serata, in una piadineria in cui andavano tutti tipi come loro due, che facevano serata, appunto. Qualche settimana prima di togliersi la vita, Massi si era tatuato un paio di strisce nere su un lato della testa. Una notte, l’ultima in cui Modi lo vide, Massi gli chiese: “mi stanno bene?”; “spacchi, Massi”. Poi si è ucciso, i giornali hanno scritto di lui e Modi ha scoperto che quel pazzo drogato e frocio scriveva poesie.

Quel giovedì a Xm Modi ne ha letta una che mi ha fatto piangere. Si intitola “pensiero” e dice che Massi non aveva più paura di morire. “Rimarranno i miei versi, so che qualcuno li leggerà” e chissà che non si riferisse proprio a Modi; che poi c’ho pensato, e secondo me Modi non aveva mai letto ‘ste gran poesie prima di scoprire quelle di Massi, che – è chiaro – ha letto solo perché erano di Massi, e gli sono piaciute perché parlavano di lui, di Massi, ma anche di Modi, e di tutti quelli che erano quel giovedì a Xm, e di me, persino.

Ma per quanto fossero belle, le poesie di Massi non sempre hanno superato il vaglio dell’editoria mainstream. C’hanno pensato gli amici a distribuirle, inserendole in una fanzine indipendente, “Lungi da Me”, che si definisce “libera e accidentalmente punk”, come d’altronde era Massi. Sono pagine ricche, in cui c’è spazio per qualsiasi forma di subcultura, persino per le parole scabrose e sboccate di un dantista che guardava il sole levarsi da dietro le casse di un rave illegale. Modi è uno dei ragazzi impegnati nel progetto. Sfogliando la fanzine, c’ho trovato Massi e molto altro ancora: disegni, fotografie, canzoni, racconti, reportage. Io comunque Massi non lo conoscevo – ripeto – ma ho avuto come la sensazione che se gli fosse capitata tra le mani avrebbe detto “spacca!”.

 

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RICORDANDO MASSI, IL VOLTO MALEDETTO DELLA SUBCULTURA BOLOGNESE

Il 25 maggio era un giovedì e io il giovedì a Bologna lo passo sempre a Xm, perché tutti i giovedì ci sono le bancarelle dei contadini e il vino buono a prezzi popolari. Sul vino buono ci sarebbe poi da discutere, e infatti ogni giovedì nel cortile si discute su quanto possa il Lambrusco considerarsi effettivamente un vino buono; ogni giovedì io sostengo che no, non lo è, e come me molti altri nostalgici dei vini buoni delle rispettive regioni, eppure ogni giovedì ci ritroviamo lì a bere Lambrusco.

Quel giovedì arrivai a Xm prima del solito, o forse allo stesso orario di sempre, ma stavolta ancora c’era il sole. Nulla di diverso, ma oltre alle bancarelle dei contadini e il vino buono a prezzi popolari, ci fu una lettura di poesie. Abbandonai il vino buono nel cortile, e con lui i discorsi intorno al Lambrusco, e andai a sentire la lettura. È in quell’occasione che ho conosciuto Massimiliano Chiamenti.

Non di persona, purtroppo, solo le parole che ne sono rimaste. Ma non è poco.

Massimiliano era Massi per gli amici e a Bologna lo conoscevano tutti, nonostante non fosse originario di qui; ma si sa che a Bologna non bisogna necessariamente esserci nati per conoscere tutti. Originario di Firenze, a trent’anni si trasferì nel capoluogo emiliano per insegnare letteratura nei licei e nelle scuole private. Era un dantista, Massi, ma a vederlo chi avrebbe mai potuto dirlo? Seriamente, faccio una gran fatica a immaginarmelo con la ventiquattrore la mattina presto sul pullman, tutto pulito e sistemato. Sono bastate un paio di poesie per darmi un quadro di chi era Massimiliano Chiamenti: un artista maledetto, più che un pettinato professore di liceo, uno da bassissimo girone dell’Inferno. Le aveva tutte, Massi: era gay, era punk, era un tossico, andava ai rave. Un personaggino a modo. A Bologna lo conoscevano tutti, e tutti lo chiamavano Massi, e Massi era Massi solo per gli amici.

Il 3 settembre 2011 Massi si è tolto la vita. Non è riuscito a superare l’agosto bolognese, fatto di caldo soffocante e solitudine. Si ficcò un coltello nella pancia, e un modo diverso per uccidersi non credo che avrebbe potuto trovarlo: plateale e sincero, come solo lui poteva essere.

A Xm convivono le anime più diverse, questo sempre, non solo il giovedì a bere Lambrusco nel cortile. Ma quel giovedì in particolare, in saletta ad ascoltare le poesie di Massi c’era la fauna bolognese più variegata che io avessi mai visto: gente di ogni età, punk, metallari, fricchettoni, uomini, donne e queer, fumatori e non, rasta e non, sobri e sbronzi, vestiti coloratissimi e tutti neri, borchie appuntite e morbidi anelli in metallo dorato. Intravidi persino Lodo, il cantante de “Lo Stato sociale”, e io lui a Xm non ce l’avevo mai visto, nemmeno il giovedì che ci sono le bancarelle dei contadini e il vino buono a prezzi popolari, e va detto che è uno dei pochi a cui il Lambrusco potrebbe piacere sul serio.

Tra poesie e strimpellate di chitarra, si susseguono anche le testimonianze di chi Massi lo ha conosciuto davvero. Modi ha raccontato di quando lo incontrava in Stalingrado dopo aver fatto serata, in una piadineria in cui andavano tutti tipi come loro due, che facevano serata, appunto. Qualche settimana prima di togliersi la vita, Massi si era tatuato un paio di strisce nere su un lato della testa. Una notte, l’ultima in cui Modi lo vide, Massi gli chiese: “mi stanno bene?”; “spacchi, Massi”. Poi si è ucciso, i giornali hanno scritto di lui e Modi ha scoperto che quel pazzo drogato e frocio scriveva poesie.

Quel giovedì a Xm Modi ne ha letta una che mi ha fatto piangere. Si intitola “pensiero” e dice che Massi non aveva più paura di morire. “Rimarranno i miei versi, so che qualcuno li leggerà” e chissà che non si riferisse proprio a Modi; che poi c’ho pensato, e secondo me Modi non aveva mai letto ‘ste gran poesie prima di scoprire quelle di Massi, che – è chiaro – ha letto solo perché erano di Massi, e gli sono piaciute perché parlavano di lui, di Massi, ma anche di Modi, e di tutti quelli che erano quel giovedì a Xm, e di me, persino.

Ma per quanto fossero belle, le poesie di Massi non sempre hanno superato il vaglio dell’editoria mainstream. C’hanno pensato gli amici a distribuirle, inserendole in una fanzine indipendente, “Lungi da Me”, che si definisce “libera e accidentalmente punk”, come d’altronde era Massi. Sono pagine ricche, in cui c’è spazio per qualsiasi forma di subcultura, persino per le parole scabrose e sboccate di un dantista che guardava il sole levarsi da dietro le casse di un rave illegale. Modi è uno dei ragazzi impegnati nel progetto. Sfogliando la fanzine, c’ho trovato Massi e molto altro ancora: disegni, fotografie, canzoni, racconti, reportage. Io comunque Massi non lo conoscevo – ripeto – ma ho avuto come la sensazione che se gli fosse capitata tra le mani avrebbe detto “spacca!”.